29
AGO
2016

Nasce l’Anticorruzione, il primo organismo per la lotta alla corruzione

E’ nato il primo organismo per la lotta alla corruzione nella storia italiana. Il presidente Raffaele Cantone ha varato la riorganizzazione degli uffici, presentando ufficialmente la struttura destinata alla missione quasi impossibile di combattere il malaffare. Almeno sulla carta, adesso ci sono uomini e strumenti per cercare di avviare un programma concreto, anche se la strada sarà lunga. Ma si tratta comunque di un passo importante.

Fino a nove mesi fa esisteva un ufficio con soltanto venticinque persone, che avrebbero dovuto sfidare il più profondo dei mali nazionali. Invece la neonata Autorità nazionale anticorruzione Anac conta su 305 uomini e donne, divisi su due fronti principali: la prevenzione, imponendo la trasparenza su tutta la spesa pubblica, e il controllo degli appalti.

IL PIANO
Il documento di 59 pagine messo online dall’Autorità anticorruzione è anche un bilancio dell’attività svolta finora. In pratica, un organismo minuscolo ha incorporato uno dieci volte più grande, – l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici Avcp – con una storia molto poco brillante, già segnata da un paio di scandali che vedono indagato persino uno degli ex presidenti. Un ufficio con un organico pingue – ben 336 unità – disperso in tre sedi e con un costo elevato: nel 2014 si tratta di poco meno di 58 milioni di euro.

Una delle caratteristiche era l’eccesso di dirigenti: tante poltronissime per guidare poche persone. Spesso per ogni dirigente c’erano cinque dipendenti, ma in alcuni casi si scendeva a tre o due. Tutto questo contribuiva all’inefficienza. Scrive Cantone: «Sono emerse duplicazioni di competenze in diversi uffici, costituiti più per rispondere all’esigenza di suddivisione del carico di lavoro per attività analoghe che per coordinare in modo organico tipologie di attività diverse; il coordinamento da parte di dirigenti diversi di attività che per loro natura avrebbero richiesto indicazioni omogenee si è tradotto, poi, in un appesantimento della gestione».

L’ARMATA DEI BUROCRATI
Le conclusioni sono chiare: tutta quella mole di personale serviva solo a produrre poche multe e pure tardive. «L’impressione, confermata dall’esperienza di questi primi mesi, è che l’attività, pur ponderosa, numericamente messa in campo dagli uffici dell’Autorità sia stata spesso poco incisiva e soprattutto caratterizzata da un eccesso di burocratizzazione e di formalismi. Gran parte delle attività consiliari, ad esempio, sono assorbite dall’esame di procedimenti di natura sanzionatoria per fatti oggettivamente bagattellari (e si evita di indicare la casistica che potrebbe essere nella sua lunghezza persino estenuante!) che si concludono con l’emissione di un provvedimento di irrogazione di sanzioni pecuniarie lievi e/o insignificanti o con l’archiviazione pur dopo una lunga e (troppo articolata) istruttoria».

In sintesi, procedimenti biblici che si chiudevano al massimo con una multa di pochi euro. Nulla che potesse servire da deterrente in un settore come gli appalti pubblici in cui girano milioni di euro. E mentre la burocrazia si esercitava in queste pratiche d’ufficio, mancavano controlli capaci di svelare le magagne e le corruzioni. Riporta sempre il documento: «Le più importanti funzioni dell’ex AVCP (quelle, ad esempio, di vigilanza) vengono, invece, esercitate con tempi spesso lunghissimi, con l’emissione, quindi, di provvedimenti che si limitano, di fatto, a constatare come un appalto sia stato aggiudicato o eseguito in modo illegittimo, ma si tratta di una mera constatazione che, oltre a non essere fornita di effettivi poteri di incidenza, non è capace nemmeno di esercitare una funzione di moral suasion per essere emessa ormai “a babbo morto”». La relazione di Cantone cita come una delle ultime delibere dell’Avcp abbia riguardato una vicenda del 2008: in sei anni il fascicolo era stato rimpallato per 28 volte dagli uffici interni dell’Autorità, prima che si arrivasse a una sentenza.

COMPUTER A CASACCIO
Fondamentale per vigilare sugli appalti è il monitoraggio informatico delle gare. Ma anche in questo settore l’eredità raccolta dalla nuova Anticorruzione è radiosa. «I servizi informativi vengono principalmente dal patrimonio della soppressa Avcp, che in tale settore ha fatto degli ingenti investimenti, determinando spese di funzionamento annuali molto elevate che rappresentano una delle criticità da affrontare. Da una prima molto sommaria analisi è emersa una modalità di sviluppo dei sistemi che sembra priva di un vero e proprio progetto unitario, conseguenza anche delle continue modifiche normative che hanno aggiunto nel tempo poteri nuovi e richiesto interventi non programmati e tal volta difficilmente integrabili tra loro. Le innegabili difficoltà che oggi si registrano nella gestione del sistema informatico sono, in questo senso, il frutto della combinazione di stratificazioni normative e di azioni non sempre inserite in un’ottica di sistema. Per questo motivo l’attuale Consiglio ha ritenuto opportuno affidare una sorta di due dilingence alla Sogei e alla Guardia di Finanza per avere un quadro chiaro dei contratti in essere, valutandone le implicazioni di carattere gestionale ed economico. D’altro canto, però, non si può negare che i sistemi informatici e i servizi web-based dell’ex Avcp, rappresentino un patrimonio tecnologico molto importante».

CACCIA AGLI SPRECHI
Prima di iniziare la vigilanza all’esterno, la squadra di Cantone ha fatto un po’ di ordine in casa. Nella Avcp ognuno dei cinque consiglieri aveva un addetto assunto con contratto a tempo indeterminato. C’era poi un ufficio di presidenza con un organico di venti persone. E cinque dirigenti extra con contratti annuali, incluso un portavoce nonostante esistesse un ufficio relazioni esterne forte di un dirigente e due funzionari. Tutto questo è stato cancellato subito, chiudendo le dirigenze con contratto a termine: un risparmio immediato di ben 650 mila euro. Ma il piano prevede di eliminare quindici milioni di spese nel corso del 2015. Sono state sforbiciate le posizioni di dirigente e solo sui compensi degli organi istituzionali – quelli che guidano la struttura – il taglio sarà di un milione e 300 mila euro. Altri 4,7 milioni di beneficio verranno dall’accorpamento delle sedi, prima ce n’erano tre: é stato però richiesto un immobile al demanio per eliminare del tutto il costo degli affitti.

LA MOTIVAZIONE DEL PERSONALE
L’Anticorruzione non prevede nuove assunzioni, anzi la pianta organica complessiva è stata ridotta di quasi sessanta unità. Il personale sarà quello che era già in servizio nei vecchi organismi, con l’obiettivo di valorizzarlo al massimo. «Nel contesto di una istituzione soppressa con un decreto legge insieme al suo vertice, è essenziale trovare l’equilibrio tra la fermezza nel rimuovere le cause che hanno determinato l’insuccesso e la lungimiranza nel salvare la parte buona che c’è in quella istituzione. In certi casi, infatti, la tentazione di azzerare tutto senza distinzione può fare dei danni gravi, soprattutto quando, comunque, le risorse di cui si dispone non possono variare». Il pool di Cantone ha una sostanziale fiducia nelle persone che compongono l’amministrazione ed è convinta che possano affrontare il nuovo impegno con una motivazione diversa: «A tutte le persone che prestano servizio all’Anac si è chiesto, sia esplicitamente sia con i comportamenti concreti, di seguire una nuova visione e di lavorare in modo diverso rispetto al passato. È naturale che un “nuovo” così esigente possa essere vissuto come una minaccia a cui resistere. Si può affermare, però, con un certo ottimismo, che la maggior parte del personale sta cogliendo l’opportunità che deriva dal cambiamento, mettendosi in gioco con le sue competenze e le sue professionalità». Anche il meccanismo delle retribuzioni verrà cambiato, secondo schemi concordati con le rappresentanze sindacali che individuino il modo di premiare il profitto. E questo varrà per tutti, dagli impiegati ai vertici degli uffici.

LA SFIDA
La riorganizzazione punta a instaurare rapidamente criteri di efficienza, focalizzandosi sugli obiettivi principali. Anzitutto, promuovere la trasparenza di tutta la pubblica amministrazione obbligandola a pubblicare online tutte le spese e tutti i compensi, inclusi quelle delle società miste. Già alcuni comuni sono stati ammoniti – ad esempio quello di Bari – per non avere rispettato i criteri previsti. E in questi casi la linea di Cantone è quella di usare le sanzioni economiche come estrema ratio, puntando al massimo sulla “moral suasion” e la pubblicità negativa che deriva dalle inefficienze: il sito dell’Autorità presenta sempre tutti i provvedimenti emessi nei confronti delle istituzioni che non rispettano le regole. C’è poi il controllo dei piani anticorruzione, obbligatori per gli enti, e la necessità di farli diventare sistemi concreti per evidenziare le zone d’ombra dove prosperano mazzette e malaffare. Finora spesso erano compiti burocratici, copiati in ciclostile da un comune all’altro. Ma il baricentro dell’organismo si sposta sull’attività ispettiva, con un ufficio che ha a disposizione dieci dirigenti per andare sul campo a fare le pulci ai grandi appalti: qualcosa che non era mai stato svolto finora. Questi ispettori potranno contare – solo per finalità amministrative – sulla collaborazione delle forze dell’ordine e in particolare della Guardia di Finanza. In caso di gravi anomalie, si potrà procedere al commissariamento dell’appalto come è già accaduto per l’Expo, per il Mose e per alcuni dei contratti sporchi emersi nell’inchiesta su Mafia Capitale.

Infine, Cantone non rinuncia a vedere applicate pienamente le regole varate dal Parlamento per la lotta alla corruzione. E ribadisce di volere andare avanti con i whistleblower, gli informatori che dall’interno degli uffici segnalino le anomalie. Lo scrive a chiare lettere: «Nella consapevolezza che la prevenzione e il contrasto dei fenomeni corruttivi passa soprattutto attraverso l’attività di segnalazione, il legislatore, inoltre, abilita l’Anac a ricevere non solo le segnalazioni da parte dei cittadini, ma anche quelle dei dipendenti pubblici nelle forme di cui all’art. 54 bis del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (whistleblowers) e degli avvocati dello Stato, ove vengano a conoscenza, nell’ambito della propria attività, di violazioni di disposizioni di legge o di regolamento o di altre anomalie e irregolarità relative ai contratti pubblici». Una sfida che troverà non poche resistenze.

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